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C’è un tempo che si fa assurdo forse, per potersi dire tempo o evento. Eppure è con questo che si cerca di determinarlo a priori e posteriori. Ci sono voci suoni e assurdità: La Guerra. Chiunque vuole farla finita della guerra e dopo fatta è proprio abbandonarla per sempre. Ma come se ciò non bastasse, chi e fuori e non la sa, sembra sovente cercarne un mantenimento in tempo di pace. E le scelte sono per ciò retoriche ambigue e surrettizie – i discorsi scialbi di praticità ma aizzanti la dialettica come fosse un dialogo alterato, come fosse un tempo che non c’è ma vuole un tempo che non vuole starci. E sembra così subitanea l’affermazione della mediocrità della volontà, come si facesse forza e significato e come fosse ragion d’essere o peggio. Così si interloquisce con il pensiero e con la determinazione di ciò che deve e vuole essere vero, poco importa se chi è vero è vero, perche la sostanza è omertosa, poco importa s’è buona quella fede, perche i fatti e luoghi in omertà possono mentire e mentono si chi non lo è. Il fatto del conoscere è come un perversione continua, e che dimentica sino anche le ragioni e le vere opportunità del conoscere; appunto l’onesta della pace e ch’è affidata alla buona volontà e non al substrato che può pervertissi della forma e che abusa la sostanza della verità: La Pace. Un errore che per astrazione può non capirsi né capire chi è fuori dall’omertà e parla di pace.